
MAGDI ALLAM: L’ITALIA DIFENDA I PROPRI VALORI
Di Massimiliano Bordignon
Fonte: corriere.com del 29/07/10
Magdi Cristiano Allam, giornalista e politico nato a Il Cairo, in Egitto, nel 1952, è uomo di grande spessore intellettuale quanto di idee che possono spiazzare chi l’ascolta. Duro, risoluto, al limite della sfrontatezza, si pone con intransigenza, cercando di portare avanti quei “punti fermi” in cui crede e che ritiene siano l’humus fondamentale di una cultura europea.
Ed è per questo che il capitolo “integrazione” assume in lui, ex musulmano ora convertito al cristianesimo cattolico (per mano di Papa Benedetto XVI, il 22 marzo 2008), un tono inaspettatamente ostico. E Allam si trasforma così, da egiziano emigrato in Italia nei primi anni ’70, studente in sociologia a La Sapienza di Roma e successivamente giornalista de La Repubblica e de Il Corriere della Sera, esperto in problematiche dell’Islam, nel più intransigente nemico di una integrazione “gratuita”.
A che punto siamo con l’integrazione degli stranieri in Italia?
«Siamo in una fase in cui l’Italia non si è ancora dotata di una strategia dell’integrazione, e non essendo capace, al pari di gran parte dei Paesi europei, di fare primeggiare i propri valori non negoziabili nella certezza delle regole, finisce per ingenerare un contesto dove il relativismo e il buonismo danno la sensazione a taluni che l’Italia sia una sorta di terra di nessuno senza la certezza delle proprie radici, dei propri valori e della propria identità, e quindi incapace di affermare delle regole che valgano indistintamente per tutti». Una situazione questa che, secondo lei, danneggia più gli italiani o gli stranieri? «Va a scapito di entrambi. Il modello di convivenza sociale se funziona, funziona a vantaggio sia dei cittadini autoctoni sia di coloro che scelgono di venire in Italia per migliorare le proprie condizioni di vita. Se prendiamo il caso di Bolzano o Treviso, vediamo due tra le città che in Italia sono riuscite a imporre il rispetto delle regole, e vediamo che in queste città sia gli autoctoni che gli emigrati stanno meglio e c’è un livello maggiore di sicurezza. Altrove ha prevalso un modello dove il relativismo religioso culturale e il buonismo immaginano che il rapporto con il prossimo debba limitarsi nel concedergli ciò che il prossimo esige. È un modello dove prevale “l’islamicamente corretto”, ovvero concedere loro ciò che richiedono per non urtare la loro suscettibilità, senza porsi domande sui contenuti di ciò che si predica nelle moschee e senza pensare ai diritti delle persone. E così in queste città come Torino, Bologna, Firenze e Napoli il risultato è che stanno peggio tutti: gli autoctoni che hanno minor sicurezza e anche gli emigrati».
Questa problematica nasce all’interno di una società occidentale in declino oppure è portata dall’emigrazione stessa?
«Se viene meno la cultura delle regole che si sostanziano di diritti e doveri, che sono tali per tutti senza nessuna distinzione, viene meno la certezza stessa della salvaguardia dello stato di diritto e viene meno la cultura del bene comune. In Italia così come altrove in Europa si è a tal punto calati in una cultura di soli diritti e sole libertà, che si fatica nel chiedere agli altri di ottemperare alle regole e ai diritti. È una problematica frutto di una società relativista che immagina che tutto e il contrario di tutto debbano essere sullo stesso piano, che tutte le religioni e i valori siano pari a prescindere dai loro contenuti, mettendo in soffitta l’uso della ragione e negando l’uso di parametri critici, perché si ritiene che tutto debba essere messo sullo stesso piano».
Esistono, però, realtà migratorie indubitabili, che fanno parte dello sviluppo stesso della storia. Non ci sono secondo lei esempi di nazioni in cui si possa parlare di integrazione riuscita?
«Partirei più che dal livello di nazione da quello di comunità locali. Ho fatto riferimento a Bolzano e Treviso. Quello che deve essere chiaro è che in Europa il multiculturalismo ha fallito. Gran Bretagna, Francia, Germania, Olanda e Belgio hanno tutte fallito perché hanno immaginato che il rapporto con il prossimo potesse essere elargire a piene mani diritti e libertà senza un collante valoriale e identitario. Non conosco la realtà canadese, ma certo ci sono problemi per esempio anche in Australia, dove si dice che abitualmente il multiculturalismo funzioni, mentre negli Stati Uniti l’11 settembre mostra il fallimento di un modello che si rapporta in modo formalistico e non contenutistico verso le modalità islamiche. Ritengo che l’Occidente debba riscoprire le proprie radici e anche l’iniziativa di Benedetto XVI di istituire un dicastero per l’evangelizzazione dell’Occidente indica come questo sia sempre più decristianizzato e necessiti di riscoprire le proprie radici e la propria identità cristiana. Il cristianesimo, separando la sfera religiosa da quella secolare, ha agevolato la costruzione di una civiltà laica che mette al proprio centro la persona. Si tratta del riconoscimento di una verità storica che non a caso ha visto nell’Europa il fulcro della democrazia e la culla delle libertà. Un’Europa che, come disse Robert Schuman (politico francese, ritenuto uno dei padri fondatori dell’Unione Europea, ndr) “o sarà cristiana o non sarà”. Oggi quest’Europa è un’Europa profondamente in crisi».
Da quanto dice, anche il suo giudizio sugli Stati Uniti dovrebbe essere negativo.
«Il presidente degli Stati Uniti d’America giura sulla Bibbia. Quello che voglio dire è che solo se siamo forti nelle nostre radici possiamo rapportarci in modo costruttivo e amorevole con il prossimo. Nel caso degli Stati Uniti la fedeltà alla patria è ciò che accomuna tutti gli americani. Sicuramente ci sono dei problemi ma sono anche un esempio paradigmatico di come solo con la condivisione di una identità sia possibile integrare coloro che arrivano da una cultura diversa con lingue e culture differenti. L’integrazione non può essere concepita come azzeramento delle identità e la costruzione da zero di una civiltà che sarebbe solo una sommatoria di coloro che arrivano dettando le proprie condizioni. L’Europa e l’Occidente non sono una landa deserta e bisogna evitare che, presentandosi come una landa deserta, possa apparire terreno di conquista».
Quando e quanto comincerà a pesare anche in Italia il voto degli stranieri?
«In Italia gli stranieri non votano. Chi vota alle elezioni sono tutti cittadini italiani. Il mio messaggio è rivolto agli italiani ed è un messaggio che ha voluto evidenziare la necessità di dare a questa Europa un’anima affinché cessi di essere un colosso di materialità privo di valori e che si vergogna delle proprie radici giudaico-cristiane, finendo per perdere il senso della propria identità. Io personalmente sono contrario alla concessione del diritto di voto agli immigrati. Penso poi che le elezioni amministrative non siano da considerare elezioni di serie B e pertanto accessibili agli immigrati. Proprio perché non voglio discriminare nessuno, ritengo sia corretto che il diritto di voto venga riservato ai cittadini e che caso mai si rivedano le procedure in base ai parametri che possano agevolare la cittadinanza, fermo restando che il diritto di voto deve essere dato a coloro che condividano una spiritualità tesa alla costruzione e non alla distruzione».
Esistono al momento in Italia comunità straniere così forti da poter pensare, magari in futuro, di esprimere un proprio rappresentante politico, oppure di poter costituire un punto di riferimento o un ago della bilancia?
«In Italia attualmente non esistono delle comunità straniere organizzate su un piano politico e che finalizzino il loro voto a beneficio di una parte politica. Mi auguro che questo non accada mai e che coloro che acquisiscano la cittadinanza italiana si sentano innanzitutto italiani e che partecipino alla costruzione di un’Italia migliore sul piano economico e sociale, assumendo pertanto gli stessi parametri di tutti gli altri italiani».
Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstori.php?storyd=100826
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